Un tempo ospitata in Palazzo Tosio, la Pinacoteca Tosio Martinengo vanta una bella collezione che si estende dal Rinascimento fino agli inizi dell’Ottocento, con soprattutto pittori di scuola lombarda, bresciana e bergamasca in particolare. Le sue quasi 500 opere sono distribuite in 21 sale dai soffitti affrescati, con tele, ma anche alcune sculture, oreficeria e oggetti.
Il percorso è organizzato cronologicamente a partire dal XIV secolo da dove spiccano l’Angelo e il Redentore di Raffaello o l’Adorazione dei Pastori di Lorenzo Lotto. Entra poi nel cuore della mostra intorno alla scuola bresciana rinascimentale con Savoldo, Foppa, e soprattutto Romanino e Moretto. Le sale successive mostrano opere naturalistiche come quelle della serie dei «mendicanti» di Giacomo Ceruti del XVIII secolo, poi si unisce al XIX con Hayez o alla scultura di Canova.
Sono inoltre esposte sculture o arredi come armadi decorati con pigmei e una bellissima e rilevante collezione di vetri veneziani.

Percorso espositivo, da Raffaello a Canova

Collezione Tosio

Il cuore del museo e la sua origine proviene dalla collezione costituita dal conte Paolo Tosio, che fu lasciata in eredità alla città alla sua morte nel 1846. Annoverava capolavori di pittura antica, ma era conosciuta soprattutto per i dipinti e le sculture di artisti di successo contemporaneo del conte, con protagonisti del neoclassicismo come Andrea Appiani, Antonio Canova, Berthel Thorvaldsen, Pelagio Palagi e Luigi Basiletti, con temi paesaggistici e romantici.
Ma l’interesse di Tosio era più ampio. Acquistò tre quadri legati a Raffaello: il Redentore, la Vergine dei Garofani, e un Ritratto di giovane uomo che si rivelò essere uno degli angeli di una porzione della pala smembrata di Baronci che si trovava a San Nicola di Tolentino, la prima opera di Raffaello. La sua pittura esprime purezza e dolcezza, caratteri che ritroviamo in altre scelte di Tosio: la Madonna col Bambino e San Giovanni di Francesco Francia, l’Adorazione dei Pastori di Lorenzo Lotto, e opere di Moretto, l’unico pittore della scuola bresciana che interessò Tosio, forse anche per religiosità e pietà.

La scuola bresciana del XVI secolo

Il XVI secolo fu il periodo fastoso dei pittori bresciani, con il suo realismo che all’epoca era all’avanguardia dell’arte italiana, rompendo con l’idealismo artistico rinascimentale. L’inizio di questo periodo ha qui la sua origine nell’opera di Vincenzo Foppa, in particolare con la sua ultima opera, la Bandiera di Orzinuovi (1514), con il suo notevole realismo. I successori a Foppa, influenzati dalla pittura veneziana e Tiziano, si trovano con Savoldo, Romanino e Moretto, il cuore di questa scuola bresciana, ognuno con stili ben distinti: austerità e meditazione con il Flutista (1540) di Savoldo, accompagnato da effetti di luci e ombre che ispirarono il Caravaggio; la pittura espressionista, colorata, popolare e teatrale, spesso non conformista e moderna di Romanino, con una Natività (1545) o due scene di cena; nell’opera di Moretto lo spirito si incarna nel reale con sincerità, collegando figure sacre e terrene, come ad esempio Mosè e il Roveto Ardente (1525).
Nel registro del XVIII secolo, Giacomo Ceruti, detto il Pitocchetto, fu un pittore milanese attivo a Brescia all’inizio della sua carriera, che vi lasciò una notevole serie di opere incentrate su scene della vita quotidiana, figure di gente modesta, di intenso realismo, pur rimanendo semplice e onesto, senza versare nella caricatura o nel pittoresco, in particolare con la sua lavandaia (1736).

Vetri veneziani

I vetri veneziani della collezione Brozzoni, esposti nella sala 13, furono ceduti dal collezionista bresciano Camillo Brozzoni al Comune con le sue collezioni d’arte alla sua morte nel 1863.
È preziosa per la sua precocità e la ricchezza dei suoi oggetti, testimoniando l’insieme delle tecniche e delle tipologie della produzione veneziana e muranese tra il XV e il XVIII secolo.

 

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